in memoria di Giancarlo Salzano
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Carol Rama
Sette opere

Colloquio di Lea Vergine con
Carol Rama

L.V. Mi dica della sua pittura negli anni ’40, di quei soggetti che hanno sedotto e stupito il pubblico internazionale che ha visto per la prima volta esposte a Milano, e poi a Roma e Stoccolma, le tele con le volpi, le protesi, le lingue, le scarpe, tutto quel repertorio che ha fatto gridare alla “scoperta” la stampa, critici come Vallier, Rouve, Hahn, Warnod, Restany e colleghe come Meret Oppenheimer e tanti giovani. A Stoccolma, ricordo che Bibi Anderson, l’attrice interprete di tanti films di Bergman, volle recitare le poesie delle donne futuriste nella sua grande sala che apriva la rassegna. C.R. Sono oggetti d’uso. Li ho sempre visti così, con la carica di sgomento ed erotismo che introducono nella vita domestica. Ero attratta dai vespasiani come dagli interni delle chiese; mi piacevano molto le protesi che erano in casa di una mia zia di Livorno, e le forme di calzature ortopediche ammucchiate dietro il letto ottocento della mia nonna con gli occhi di maiolica. Ho sempre amato gli oggetti e le situazioni che venivano rifiutati. Sa, verso i sei anni dormivo con una rana che si era abbarbicata a me. Quando mio zio Edoardo mi spiegò che si abbarbicava perché era un animale a sangue freddo, ho pianto tutto un giorno perché credevo si trattasse di un rapporto amoroso. Ma creare lo scandalo intorno a me era quasi d’obbligo allora. …

Foto: Roberto Goffi
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