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Come sarebbe rassicurante rincontrare Giancarlo Salzano e, tutti insieme, noi morituri e lui, riprendere i giochi di parole, le disquisizioni su Carol, e le mille altre fanfaluche col calice del freddissimo vino bianco che ti metteva in mano appena ti accomodavi in poltrona davanti al tavolo della Sua bellissima Galleria torinese con vista su Guarini. Si intende, con l’altra mano occupata dalle sigarette.

Ma non è questo che mi torna subito alla mente, raffigurandomelo. Piuttosto di quella mattina di tanti anni fa, quando mi vide apparire sulla soglia della corsia dell’Ospedale di Novara dove lo avevano operato. Piano piano si portò al centro del letto, incredulo e sorrise pudico, dolcemente imbarazzato, sottilmente sbigottito.

Invece no. No. Non più. Ed è perciò che viene da rileggere quei versi di Wystan Hugh Auden quando scrive “Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane… chiudete i pianoforti… Lui è morto, allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni, i vigili si mettano i guanti
di tela nera… Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco; perché ormai più nulla può giovare."

Lea Vergine
14 marzo 2013
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